Spagna, export ortofrutta 2025: meno volumi, più valore

I volumi segnano -4% a 12 milioni di tonnellate, ma il fatturato segna +4% a 18,7 miliardi di euro

Spagna, export ortofrutta 2025: meno volumi, più valore

Nel 2025 l’export spagnolo di ortofrutta fresca ha rallentato nei volumi ma ha continuato a crescere in valore, come riportato da Valenciafruits e diverse testate di settore spagnole. Le spedizioni all’estero sono scese del 4% rispetto al 2024, attestandosi a 12 milioni di tonnellate, mentre il fatturato è salito del 4%, fino a 18,7 miliardi di euro. Un andamento che si inserisce in un anno di importazioni in aumento (+3% in volume e +8% in valore) e che riporta al centro il tema del saldo commerciale: dossier che sarà tra i punti chiave dell’Assemblea FEPEX in programma giovedì 29 febbraio a Valencia.

A trainare il calo dell’export sono stati soprattutto gli ortaggi: nel 2025 le esportazioni di verdure sono diminuite del 7% a 5,3 milioni di tonnellate, con un valore sostanzialmente stabile a 8,2 miliardi di euro (+0,4%). Spicca, in particolare, la flessione del pomodoro, prodotto strategico anche sul piano occupazionale: -15% in volume (581.361 tonnellate) e -5% in valore, a 1,1 miliardi di euro. In negativo anche lattuga e cavolo cappuccio: la prima ha segnato -4% in quantità (740.258 tonnellate), con valore invariato a 954 milioni di euro, mentre il cavolo cappuccio ha ceduto il 2% sia in volume sia in valore (515.530 tonnellate e 771 milioni di euro). I dati sono quelli del Dipartimento delle Dogane e delle Imposte Speciali, pubblicati il 19 febbraio dal Ministero dell’Economia, del Commercio e delle Imprese ed elaborati da FEPEX.

Sul fronte frutta, il bilancio è più piatto: -1% in volume a 6,6 milioni di tonnellate, ma valore in aumento a 10,5 miliardi di euro. Dopo gli agrumi – che restano la principale voce dell’export – l’anguria mostra un segno positivo, con +3% in volume e +8% in valore (820.611 tonnellate e 604 milioni di euro). In evidenza anche le drupacee: nonostante il calo delle quantità, migliorano i ricavi. Le nettarine chiudono a 332.831 tonnellate (-2%) ma con un balzo del 16% in valore a 577 milioni di euro; le pesche piatte scendono a 185.142 tonnellate (-9,5%) ma crescono del 10% a 349 milioni di euro. Le fragole si confermano tra i prodotti di punta, con 265.182 tonnellate (+1%) e 871 milioni di euro (+8%).

Quanto alle aree di origine, l’Andalusia si conferma prima regione esportatrice con 3,9 milioni di tonnellate (33% del totale), seguita dalla Comunità Valenciana con 3,3 milioni di tonnellate (28%) e da Murcia con 2,3 milioni di tonnellate (20%). La Catalogna totalizza 978.584 tonnellate. In valore, l’Andalusia raggiunge 7,2 miliardi di euro, la Comunità Valenciana 4,8 miliardi, Murcia 3,5 miliardi e la Catalogna 1,4 miliardi.

La geografia delle vendite fotografa una dipendenza sempre più marcata dall’Europa. L’Unione europea assorbe 10 milioni di tonnellate, pari all’84% dell’export; includendo Regno Unito e altri mercati europei (Norvegia, Svizzera), la quota sale al 97% e i volumi complessivi diretti in Europa raggiungono 11,7 milioni di tonnellate. Specularmente, le spedizioni verso i paesi extra-UE si fermano a 316.772 tonnellate, il 14% in meno rispetto al 2024. Una contrazione che FEPEX collega alle politiche protezionistiche e alla complessità dei protocolli fitosanitari necessari per aprire nuovi mercati. In valore, l’UE pesa per 15,3 miliardi di euro (82% del totale), quota che arriva al 97% considerando l’intera Europa (18,2miliardi). Fuori dall’Europa le vendite valgono appena 478 milioni di euro, in calo dell’11%.

Sul fronte import, la Spagna ha aumentato gli acquisti dall’estero a 4,7 milioni di tonnellate (+3%) per un controvalore di 5,5 miliardi di euro (+8%). La frutta importata sale a 2,4 milioni di tonnellate (+5%) e 3,9 miliardi di euro, mentre la verdura si attesta a 2,3 milioni di tonnellate (+0,5%) e 1,6 miliardi di euro (+0,5%).

Per FEPEX la diminuzione dei volumi esportati è l’effetto combinato di più fattori, a partire dall’aumento dei costi di produzione e dalla perdita di competitività rispetto ai paesi terzi. L’associazione richiama inoltre lo squilibrio regolatorio: ai produttori UE sono richiesti standard fitosanitari, sociali e del lavoro più stringenti rispetto a quelli applicati nei paesi di origine di parte delle importazioni, con un impatto diretto sui costi e sulla capacità competitiva. Da qui la richiesta di accordi commerciali con clausole di reciprocità e di una PAC che continui a riconoscere un ruolo centrale alle organizzazioni di produttori ortofrutticoli, garantendo risorse adeguate e priorità alla produzione comunitaria.